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Una comunitĂ  accademica nell'epoca del Web 2.0

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mercoledì, 21 marzo 2007

Tesi 2.0

Vorrei segnalare un'interessante iniziativa di Antonio Volpon, che sta raccogliendo tesi di laurea sul "web 2.0, ovvero il social networking, il grassroots journalism, il blogging o le tecnologie (ajax, rss)".

L'iniziativa è interessante, soprattutto perchè vuol far emergere contributi alla comprensione del fenomeno che, molto probabilmente, non sarebbero mai conosciuti.

I link ai post di Antonio sono qui e qui.

postato da: carloxdaniele alle ore 07:16 | link | commenti
categorie: universita, web 20
giovedì, 22 febbraio 2007

UniversitĂ  e partecipazione

Mi aggancio ad una discussione nata altrove (nei blog di Giovanni Boccia Artieri e di Bernardo Parrella) per dire la mia sul ruolo delle università italiane oggi.

I punti su cui vorrei soffermarmi sono i seguenti:

  1. gli studenti delle università sono “antropologicamente diversi da ogni generazione precedente” (cito Alberto Abruzzese). Sono i cosiddetti “digital natives”, ossia quella generazione di individui nata e cresciuta in ambiente ipertecnologico, circondati da periferiche mobili di comunicazione, abituati fin da piccoli ad agire e interagire in Rete.
    E, tuttavia, questi individui non sono in grado di utilizzare criticamente le informazioni che circolano nel cyberspazio: hanno bisogno di essere guidati. Ma da chi, se la gran parte dei docenti delle scuole italiane non è in grado di utilizzare le tecnologie connettive?

  2. La produzione del sapere non è mai stata un'esclusiva delle istituzioni didattiche e accademiche, ma mai come oggi i circuiti di produzione della conoscenza sono stati esterni alle istituzioni didattiche. Questo non significa assolutamente che nelle università e nelle scuole non si impari niente di utile. Significa piuttosto che l'ambiente cognitivo in cui sono immersi gli studenti comprende sempre meno le istituzioni didattiche e sempre più i circuiti del cyberspazio. In pratica, si apprende sempre di più su flickr, su youtube, sui blog, sulle webzine, cioè, dal contesto cognitivo. E si apprende spontaneamente, attraverso incontri e scoperte casuali, fortuiti, imprevedibili. Si è realizzata con trent'anni di ritardo la proposta di Ivan Illich (Descolarizzare la società). In questo contesto, che posizione occupano le università nel web? Che funzione hanno i portali accademici?

  3. Viviamo nell'epoca dell'ipercomplessità. L'enorme massa di informazioni, apparentemente ingestibile, richiede la capacità di agire collaborativamente negli ambienti del cyberspazio. Ma complessità non significa soltanto eccesso di possibilità: significa anche interdisciplinarietà. Non è più ammissibile trincerarsi in ambiti disciplinari definiti: è assolutamente indispensabile, per gli umanisti, abbracciare le tecnologie di comunicazione, per i tecnici, cercare il senso sociale dei loro strumenti. L'approccio al sapere complesso è pressoché sconosciuto, in Italia, come nel resto del mondo (cito Manuel Castells).

  4. Cosa dire della distribuzione dei sapere accademici? L'impressione che l'università sia poco aperta all'informazione esterna, si affianca alla certezza che essa sia poco disponibile alla libera circolazione dei saperi accademici. In buona parte dei portali accademici che mi è capitato di visitare nelle mie recenti ricerche, i contenuti ospitati dalle varie piattaforme erano protetti da password!!! Nella maggior parte dei casi, i contenuti mancavano del tutto, e i portali si riducevano a semplici bacheche informative.

Nel mio recente lavoro ho avanzato una proposta: favorire l'ingresso delle università all'interno della Rete nella logica più tipica del Web 2.0, cioè con piattaforme aperte alla libera circolazione della conoscenza, in grado di stimolare la collaborazione tra studenti, docenti e soggetti esterni (sia soggetti istituzionali, sia singoli individui), tali da consentire l'apprendimento spontaneo dal contesto virtuale e la collaborazione democratica alla creazione di contenuti, sotto la guida di docenti in grado di stimolare le attività cognitive e relazionali. L'apertura consentirebbe alle istituzioni virtuali di divenire dei punti di riferimento non soltanto per i propri studenti, ma anche per gli ex studenti e per tutti coloro che, per motivi professionali, culturali o informativi, coltivano un determinato tipo di conoscenza.

E per far questo, non basta ricorrere agli strumenti delle tecnologie connettive: è necessario un drastico cambiamento culturale e organizzativo, orientato all'apertura e alla collaborazione. Quindi, dal punto di vista da me proposto, non valgono molto le attività di e-learning, se chiuse alla libera circolazione del sapere. Molto meglio un blog di classe, se in grado di abituare gli studenti alla creazione di contenuti in forme testuali tradizionali e multimediali e aperto alle dinamiche interattive della Rete.

Per chi fosse interessato al discorso, ecco i link dove trovare i risultati del lavoro da me proposto:

Il testo completo della tesi (con licenza CC)

Le slide sul social network accademico

Le slide sulla messa in opera del network


postato da: carloxdaniele alle ore 17:06 | link | commenti (9)
categorie: universita
venerdì, 09 febbraio 2007

UniversitĂ  2.0

Non posso ancora rendere pubblica la tesi. Però credo che non ci siano problemi per la presentazione che utilizzerò in sede di discussione.



postato da: carloxdaniele alle ore 16:50 | link | commenti (3)
categorie: internet, universita, web 20, joomla
domenica, 21 gennaio 2007

Forse ci siamo

Tesi di laurea al 21 gennaio

postato da: carloxdaniele alle ore 16:40 | link | commenti (10)
categorie: universita
sabato, 30 dicembre 2006

Aggiornamento di fine anno

Ho aggiornato la struttura della tesi. Nel giro di un paio di mesi sarĂ  a disposizione di tutti con licenza creative commons



struttura_30_12

postato da: carloxdaniele alle ore 16:47 | link | commenti (7)
categorie: universita
domenica, 12 novembre 2006

Intervista a DDK

Mi era stato giustamente segnalato il non funzionamento del link all'intervista a Derrick De Kerckhove che avevo inserito due post fa. Ho trovato l'intervista su un altro link

postato da: carloxdaniele alle ore 13:58 | link | commenti (6)
categorie: universita
giovedì, 09 novembre 2006

Il tempo e l'universitĂ 

Il dibattito sul sapere complesso e sul ruolo delle istituzioni scolastiche è stato rilanciato sul blog di Giovanni Boccia Artieri. L'argomento non costituisce una semplice questione teorica, ma ha delle implicazioni enormi nella vita culturale, sociale, economica e politica di un paese. Insomma, i concetti di “democrazia cognitiva” (Morin), e di “democrazia in tempo reale” (Lévy) sono concetti per nulla astratti. Anzi, sulla corretta comprensione e applicazione di questi concetti si gioca il futuro delle società contemporanee e il loro reale progresso.

Ed è proprio il progresso sociale, civile, politico, in definitiva umano ad essere al centro della riflessione. Ed è importante comprendere quanto il progresso sia lontano dal concetto oggi più di moda: lo sviluppo (per molti osservatori, infatti, lo sviluppo economico è una delle cause determinanti di un generale regresso sociale).

Pierre Lévy più volte, nei suoi scritti, ribadisce che la riflessione sull'intelligenza collettiva, e sugli strumenti che la supportano, non ha come fine ultimo quello dell'annientamento del singolo nella totalità, ma ha il fine dell'esaltazione del singolo, della sua complessità, del suo sapere, della sua emotività. Ed è con Pierr Lévy che voglio giustificare la mia insistenza sull'importanza di reinserire le istituzioni educative nei circuiti di produzione del sapere. Senza il contributo della scuola e dell'università, il sapere procede autonomamente da queste, tendendo progressivamente a svuotarne le funzioni.

Bisogna, però, ad un certo punto, concretizzare il discorso.

Prima di tutto bisogna capire quali sono i fattori frenanti. Il primo e più poderoso è costituito dall'istituzione politica, che determina (più o meno consapevolmente) il funzionamento organizzativo, le risorse, il sistema di vincoli e opportunità delle istituzioni didattiche.
Il secondo, non meno poderoso, è costituito dalle stesse istituzioni didattiche, che tendono a preservare lo status quo organizzativo e funzionale (la spiegazione dei mali del mondo, secondo me, è data da Roberto Michels e dalla sua teoria delle élite): l'innovazione è nemica delle istituzioni formalizzate. E infine c'è il fattore umano, costituito da studenti e docenti, con la sua eterogeneità e mancanza di finalità comune.

Boccia Artieri sostiene: «Non credo che il sapere sia oggi solamente fuori dalle aule. Il problema è che la aule non portano dentro quel sapere che fuori si rigenera continuamente». Se l'Istituzione rimane più o meno inerte alle “irritazioni” ambientali, bisogna trovare il modo di creare delle sollecitazioni ambientali che siano in grado di avviare un dibattito costante all'interno e all'esterno delle “aule”. Io credo che un importante ruolo di stimolo lo abbiano i docenti. Una comunità di docenti, studenti, ricercatori, professionisti, giornalisti, e anche gente comune, provenienti dalle esperienze e dalle istituzioni più diverse, potrebbe costituire un primo fattore di spinta ed essere già di per sé un elemento di innovazione, anche se ancora una volta esterno alle istituzioni. Ma, se la comunità, opportunamente progettata con il contributo di tecnici e umanisti (gli “architetti della rete” li chiama Pierre Lévy), in grado di sfruttare consapevolmente le tecnologie del cosiddetto Web 2.0 , e soprattutto resa stabile dall'impegno dei partecipanti , riesce a creare cultura, prima o poi l'irritazione del sistema “dovrà” generare una compensazione interna.
Il guaio è che la compensazione porta al cambiamento in un arco di tempo più o meno lungo e l'università e la scuola non hanno tempo.

postato da: carloxdaniele alle ore 11:44 | link | commenti (4)
categorie: universita
venerdì, 03 novembre 2006

Quello che Hari Seldon non aveva previsto

Si discute molto in questi giorni, in termini metaforici, sulla necessità di rifondare l'università italiana, accostandola alla Seconda Fondazione di Hari Seldon. Ne giungo a conoscenza da un post di GBA, il quale a sua volta cita un bellissimo articolo (in cui si fa anche molta autocritica, e per questo è ancora più bello) di Alberto Abruzzese. La metafora dovrebbe suggerire, secondo Abruzzese, un ripensamento dell'università italiana. Tralascio la storia narrata da Asimov, lasciando solo un appunto: la Seconda Fondazione, come la prima, viene “sconfitta” nell'epilogo di Asimov (Fondazione e Terra). Alla fine l'uomo sceglierà Gaia, il pianeta vivente, in cui tutti gli esseri diventano una mente collettiva. Non è forse più adatta come metafora?

Ma andiamo all'argomento centrale del post di Abruzzese: come rinnovare l'università? Come renderla adatta a relazionarsi con la nuova realtà antropologica della società contemporanea?

Le recenti riforme, a partire da Berlinguer, hanno devastato (a mio parere) le istituzioni didattiche (preferisco allargare il discorso su questo punto). Facendo delle scuole dei centri di costo, i nostri politici hanno introdotto la logica economica delle entrate e uscite. C'è chi meglio di me può dire come le attività dei docenti si siano trasformate in modo repentino da attività quasi esclusivamente didattiche e culturali, in attività burocratiche e amministrative.

Le riforme, inoltre, introducendo il conto economico nelle istituzioni didattiche, le hanno private di risorse e hanno un po' alla volta reso sempre più instabile il rapporto del docente con l'istituzione. Ma la conseguenza dell'economizzazione delle attività didattiche ha avuto una più didastrosa conseguenza: quella di asservire l'istruzione alle necessità del mercato. Quindi si è messa in secondo piano la ricerca di base e tutte quelle attività formative e culturali non direttamente spendibili sul mercato (prova ne sia la proliferazione di corsi di laurea sempre più settoriali e l'esplosione della moda delle convenzioni tra università e enti di vario tipo). La conseguenza è un isterilimento immediato della formazione scolastica.

Si dice che la scuola non è adeguata alla società che cambia: verissimo, ma questo le diceva Ivan Illich negli anni '70, allorché avvertiva della necessità di descolarizzare la società, in quanto l'istituzione scolastica, e soprattutto quella accademica, costituiva un formidabile freno allo sviluppo sociale, in quanto strumento di conservazione perpetua dello status quo. Illich distingueva nettamente tra insegnamento e apprendimento, affermando che la scuola traspone il primo nel secondo e in questo modo privilegia la frequenza scolastica alla cultura, legittimando quello che da noi viene definito il “pezzo di carta”.

Descolarizzare la società, diceva Illich, perché si apprende più dal contesto che dall'insegnamento. Perché le istituzioni dalle quali si può apprendere sono le più varie, non ultima una comunità di amici. Ma Illich lo diceva negli anni '70, quando non c'era Internet. Adesso il nostro ambiente cognitivo è cambiato enormemente. È subentrata prima la presenza onnipervasiva della televisione, poi gli ambienti virtuali della Rete. E sono questi che adesso fanno la differenza, perché sono i nuovi luoghi del cyberspazio a diventare gli ambienti cognitivi dove si forma la conoscenza della nuova umanità. Sottolineo le parole luoghi e umanità, perché determinanti per comprendere la nuova realtà.

Cosa succede ora che il sapere è emigrato fuori dalle aule accademiche? Adesso è ancora difficile da dire, ci vorrebbe davvero una Seconda Fondazione per prevederlo. Quello che è certo è che i ragazzi di oggi cresceranno in un ambiente che non è mai esistito prima; formeranno le loro identità, svilupperanno le loro capacità cognitive, sperimenteranno nuove forme di socialità in modi imprevedibili da chi è chiamato ora a gestire l'istituzione scolastica e accademica.

Se le università non si inseriranno nella nuova realtà, e quindi non entreranno nei circuiti del cyberspazio in modo attivo e non con semplici bacheche informative, saranno sempre meno idonee a fornire cultura. E sottolineo la parola cultura, perché è di quello che si dovrebbero occupare, e non di una formazione finalizzata all'inserimento in un mondo del lavoro precario e orientato al brevissimo termine. Il punto è capire che il sapere non può essere limitato a fini immediati, ma deve essere complesso, trasversale, “liberale” per dirla con Illich. Perché solo in una conoscenza non finalizzata possono esserci gli spazi per la creatività, quindi per un reale progresso.

Se una normale webzine (prendete apogeo o puntoinformatico) può diventare un catalizzatore di conoscenze sociali, antropologiche, filosofiche, informatiche, artistiche, …, perché un'università deve tenersi fuori dai circuiti della conoscenza? Se i nuovi strumenti del Web 2.0 si stanno diffondendo ovunque ci siano informazioni e conoscenza, perché non ho mai trovato un solo sito universitario che desse almeno la possibilità di ricevere dei feed rss? Perché si creano comunità ovunque e con qualunque tema, anche il più banale, mentre non ho mai trovato on line una comunità accademica? Ci sono dei tentativi di sperimentazione di nuove forme di insegnamento, ma sono quasi sempre i tentativi di singoli docenti che provano a utilizzare in modo più o meno consapevole le nuove tecnologie. Lode a loro, ma perché a sperimentare non può essere una intera struttura scolastica? Questo interrogativo ci riporterebbe al discorso di Edgar Morin sul pensiero complesso (vedi E. Morin, Educare gli educatori, EDUP): gli umanisti dovrebbero dotarsi di competenze tecniche e i tecnici di competenze umanistiche. E perché non sperimentare invece forme di collaborazione tra facoltà tecniche e umanistiche nella progettazione di nuove comunità scientifiche?

Ma cosa attendersi dalla politica e dalle istituzioni? Non vi nascondo il più nero pessimismo. De Kerckhove, in un'intervista che trovate qui, ad un certo punto afferma: «L'avvento della teledidattica potrebbe dare un nuovo impulso democratico all'intero sistema educativo. Purtroppo, ci si scontra qui con le lentezze e le difficoltà create, in particolare, da amministrazioni refrattarie all'innovazione e dal prevalere di politiche conservatrici in materia di telecomunicazioni.»

E dunque, alla domanda di Giovanni Ragone «è riformabile, e come, l’Università?» io rispondo di no. E non basta, secondo me, invocare maggiori finanziamenti: per cambiare, la scuola e l'università, hanno bisogno anche di una nuova progettualità, di nuove finalità. Ancora Ragone afferma: «Va ribaltata la struttura organizzativa e fisica, dell’Università, come va ribaltato il senso, la soggettività dell’apprendimento, abbandonando i modelli ottocenteschi e in seguito tayloristici del trasferimento di conoscenze da uno a molti»; e ancora Ragone, sui processi di apprendimento: «quelli veri, il più delle volte, lo studente se li costruisce da solo, dalla sua postazione di casa e altrove».


postato da: carloxdaniele alle ore 19:22 | link | commenti (16)
categorie: universita
sabato, 21 ottobre 2006

Portale accademico

Visto che le modifiche da fare ancora sono ben poche, posso presentare il mio progetto di portale per una facoltà accademica. Il progetto riguarda i corsi di laurea di base e specialistica in comunicazione pubblicitaria dell’Università di Urbino

A prima vista non ci sono grandi differenze rispetto ad un classico portale accademico, ma se vi interessa navigare nel portale, troverete una serie di servizi e informazioni che generalmente non esistono in un sito del genere.

Prima di tutto l’offerta formativa, cui si accede dal link “i corsi di laurea”, che è una bacheca aggiornata di anno in anno con i programmi dei corsi d’esame e la relativa bibliografia, accessibile a tutti. Non è una grande novità, anche perchè era già presente nel vecchio portale, ma sottolineo l’importanza della disponibilità di programmi e bibliografie di ogni corso, in quanto le informazioni disponibili possono servire a chiunque per orientarsi nelle conoscenze specifiche dei settori disciplinari cui appartengono i vari corsi (la creazione del software necessario a far funzionare questa sezione mi ha impegnato per mesi).

Altro elemento importante, unico nei portali accademici da me analizzati, è la comunità accademica. Ho creato una struttura reticolare che dà la possibilità ai docenti dei corsi di laurea, agli studenti, ai ricercatori, ai collaboratori e ad altri docenti esterni di creare una comunità virtuale dove ogni nodo (un membro della comunità) diventa un punto da cui si diramano i collegamenti con la rete. Le informazioni collegabili ad ogni nodo sono le più varie: dal blog del docente/studente/ricercatore, alle proposte di lettura, alle opere pubblicate, agli articoli on-line, ecc.

Tra i portali accademici sono ancora pochi quelli che offrono un servizio RSS. La mia proposta prevede anche il ricorso alla syndication, quale elemento determinante nella realizzazione di un daily-me scientifico. Altro elemento che voglio sottolineare riguarda l’utilizzo del portale come aggregatore di blog e altri siti simili, grazie sempre alla tecnologia RSS.

Infine la gestione dei link esterni: sull’importanza di questo strumento non mi dilungo, se non per dire che l’inserimento dei link esterni dovrà servire a trasformare il portale accademico in uno strumento di apprendimento permanente e di orientamento nel sapere complesso.

Oltre che un lavoro di programmazione, il progetto ha richiesto una lunga fase di ricerca e di riflessione, ovviamente non ancora conclusa. Non per niente il Web 2.0 è in fase di “perpetual beta”.


postato da: carloxdaniele alle ore 15:29 | link | commenti (3)
categorie: internet, universita, joomla