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venerdì, 01 settembre 2006

Descolarizzare la societĂ 

Ho scoperto Ivan Illich per caso, ma è stata senza dubbio una scoperta illuminante.
“Descolarizzare la società” è uno di quei libri che lasciano una traccia, che costituiscono un invito alla riflessione che si protrae nel tempo, molto dopo la lettura. Illich svela al lettore l’enorme potere delle istituzioni scolastiche nella conservazione dello status quo sociale. Svela al lettore come l’istruzione istituzionalizzata crei i presupposti per una stratificazione sociale che si autolegittima e si perpetua nel tempo in virtù del riconoscimento generale dell’istituzione.
Gli emarginati, per Illich, sono tali perché esclusi dal sapere istituzionalizzato. L’imporre agli stessi emarginati il valore determinante del sapere istituzionalizzato, legittima ai loro stessi occhi l’emarginazione di cui sono vittime.
E allora Illich auspica l’abbattimento delle istituzioni scolastiche e accademiche, perché solo liberando il sapere dalla forza vincolante di ogni istituzione si può sperare sul serio di abbattere le disuguaglianze sociali.
Non è chiaro? Illich afferma che l’istituzione spaccia l’insegnamento per il sapere, volendo significare che l’ascesa sociale è garantita solo a chi può permettersi una più lunga permanenza all’interno dell’istituzione e all’interno di quelle istituzioni che godono di maggiore legittimazione.

Già da tempo si va dicendo che la scuola ha smarrito il suo ruolo guida nella diffusione del sapere, soprattutto ad opera dei mass media, maggiormente in grado di offrire modelli comportamentali idonei a favorire l’accettazione sociale nel gruppo di riferimento. Ma i mass media tradizionali sono portatori di una nuova cultura della conservazione e dell’esclusione sociale, pertanto non possono essere considerati come reali mezzi di innovazione e diffusione del sapere.

Eppure oggi abbiamo gli strumenti per abbattere le mura dell’istituzione scolastica senza lasciare all’informazione televisiva il ruolo determinante nella diffusione del sapere. Ovviamente mi riferisco alla Rete.

Allora, abbattere le mura dell’istituzione scolastica significa rendere la scuola totalmente permeabile ad ogni forma di sapere ad essa esterno, e contemporaneamente rendere la scuola in grado di trasmettere il suo sapere a chiunque e gratuitamente. Le istituzioni culturali, dunque, non dovrebbero più fondarsi sull’idea di avere il monopolio della conoscenza, ma dovrebbero porsi come guide, senza pensare di poter escludere forme inedite di sapere solo perché non riconosciute dalla burocrazia ministeriale, e per di più aprendosi al dialogo e alla critica col mondo esterno.

postato da: carloxdaniele alle ore 12:50 | link | commenti
categorie: bibliografia, universita
lunedì, 14 agosto 2006

L'intelligenza collettiva

L’ho finito. L’ho letto per la seconda volta, e anche questa volta è stata un’esperienza. Non è una lettura facile, non per il modo di scrivere, estremamente semplice e lineare, ma per i concetti espressi, che richiedono attenta riflessione.

Parlo dell’Intelligenza Collettiva di Pierre Lévy. Ne ho già parlato in passato, ma ripropongo l’argomento perché ritengo questo libro un contributo indispensabile alla comprensione dell’umanità delle Reti. Tengo a sottolineare la parola umanità, perché Lévy analizza il fenomeno dell’intelligenza con un approccio umanistico globale, spaziando dall’aspetto sociale a quello politico, da quello economico a quello teologico, per soffermarsi, forse maggiormente, sull’aspetto antropologico.

Parla di democrazia diretta, Pierre Lévy, parla di partecipazione politica totale, di consapevolezza ed esaltazione della diversità. E parla dell’uomo, delle sue infinite esperienze e delle sue infinite possibilità di contribuire alla crescita della collettività, o meglio, dell’intellettuale collettivo. Sotto questa luce ogni spreco di ricchezza umana, intesa come esperienza, conoscenza, emozione, è una perdita per l’umanità: la stessa disoccupazione è uno spreco di ricchezza umana, ma non dal punto di vista economico, come una lettura poco attenta potrebbe suggerire, ma dal punto di vista dell’intellettuale collettivo, del capitale culturale e umano globale.

Insomma, ritengo “L’intelligenza collettiva” la prima e più importante lettura per chiunque voglia avvicinarsi al tema della collettività pensante (la noosfera di Theilard) e delle possibilità offerte dalle Reti in questo ambito.

Ma la collettività pensante è un’utopia? Forse sì, almeno a questo stato delle cose; forse no, in una prospettiva futura e non eccessivamente generalizzata.


postato da: carloxdaniele alle ore 13:20 | link | commenti (6)
categorie: libri, bibliografia