Si discute molto in questi giorni, in termini metaforici, sulla necessità di rifondare l'università italiana, accostandola alla Seconda Fondazione di Hari Seldon. Ne giungo a conoscenza da un post di GBA, il quale a sua volta cita un bellissimo articolo (in cui si fa anche molta autocritica, e per questo è ancora più bello) di Alberto Abruzzese. La metafora dovrebbe suggerire, secondo Abruzzese, un ripensamento dell'università italiana. Tralascio la storia narrata da Asimov, lasciando solo un appunto: la Seconda Fondazione, come la prima, viene “sconfitta” nell'epilogo di Asimov (Fondazione e Terra). Alla fine l'uomo sceglierà Gaia, il pianeta vivente, in cui tutti gli esseri diventano una mente collettiva. Non è forse più adatta come metafora?
Ma andiamo all'argomento centrale del post di Abruzzese: come rinnovare l'università? Come renderla adatta a relazionarsi con la nuova realtà antropologica della società contemporanea?
Le recenti riforme, a partire da Berlinguer, hanno devastato (a mio parere) le istituzioni didattiche (preferisco allargare il discorso su questo punto). Facendo delle scuole dei centri di costo, i nostri politici hanno introdotto la logica economica delle entrate e uscite. C'è chi meglio di me può dire come le attività dei docenti si siano trasformate in modo repentino da attività quasi esclusivamente didattiche e culturali, in attività burocratiche e amministrative.
Le riforme, inoltre, introducendo il conto economico nelle istituzioni didattiche, le hanno private di risorse e hanno un po' alla volta reso sempre più instabile il rapporto del docente con l'istituzione. Ma la conseguenza dell'economizzazione delle attività didattiche ha avuto una più didastrosa conseguenza: quella di asservire l'istruzione alle necessità del mercato. Quindi si è messa in secondo piano la ricerca di base e tutte quelle attività formative e culturali non direttamente spendibili sul mercato (prova ne sia la proliferazione di corsi di laurea sempre più settoriali e l'esplosione della moda delle convenzioni tra università e enti di vario tipo). La conseguenza è un isterilimento immediato della formazione scolastica.
Si dice che la scuola non è adeguata alla società che cambia: verissimo, ma questo le diceva Ivan Illich negli anni '70, allorché avvertiva della necessità di descolarizzare la società, in quanto l'istituzione scolastica, e soprattutto quella accademica, costituiva un formidabile freno allo sviluppo sociale, in quanto strumento di conservazione perpetua dello status quo. Illich distingueva nettamente tra insegnamento e apprendimento, affermando che la scuola traspone il primo nel secondo e in questo modo privilegia la frequenza scolastica alla cultura, legittimando quello che da noi viene definito il “pezzo di carta”.
Descolarizzare la società, diceva Illich, perché si apprende più dal contesto che dall'insegnamento. Perché le istituzioni dalle quali si può apprendere sono le più varie, non ultima una comunità di amici. Ma Illich lo diceva negli anni '70, quando non c'era Internet. Adesso il nostro ambiente cognitivo è cambiato enormemente. È subentrata prima la presenza onnipervasiva della televisione, poi gli ambienti virtuali della Rete. E sono questi che adesso fanno la differenza, perché sono i nuovi luoghi del cyberspazio a diventare gli ambienti cognitivi dove si forma la conoscenza della nuova umanità. Sottolineo le parole luoghi e umanità, perché determinanti per comprendere la nuova realtà.
Cosa succede ora che il sapere è emigrato fuori dalle aule accademiche? Adesso è ancora difficile da dire, ci vorrebbe davvero una Seconda Fondazione per prevederlo. Quello che è certo è che i ragazzi di oggi cresceranno in un ambiente che non è mai esistito prima; formeranno le loro identità, svilupperanno le loro capacità cognitive, sperimenteranno nuove forme di socialità in modi imprevedibili da chi è chiamato ora a gestire l'istituzione scolastica e accademica.
Se le università non si inseriranno nella nuova realtà, e quindi non entreranno nei circuiti del cyberspazio in modo attivo e non con semplici bacheche informative, saranno sempre meno idonee a fornire cultura. E sottolineo la parola cultura, perché è di quello che si dovrebbero occupare, e non di una formazione finalizzata all'inserimento in un mondo del lavoro precario e orientato al brevissimo termine. Il punto è capire che il sapere non può essere limitato a fini immediati, ma deve essere complesso, trasversale, “liberale” per dirla con Illich. Perché solo in una conoscenza non finalizzata possono esserci gli spazi per la creatività, quindi per un reale progresso.
Se una normale webzine (prendete apogeo o puntoinformatico) può diventare un catalizzatore di conoscenze sociali, antropologiche, filosofiche, informatiche, artistiche, …, perché un'università deve tenersi fuori dai circuiti della conoscenza? Se i nuovi strumenti del Web 2.0 si stanno diffondendo ovunque ci siano informazioni e conoscenza, perché non ho mai trovato un solo sito universitario che desse almeno la possibilità di ricevere dei feed rss? Perché si creano comunità ovunque e con qualunque tema, anche il più banale, mentre non ho mai trovato on line una comunità accademica? Ci sono dei tentativi di sperimentazione di nuove forme di insegnamento, ma sono quasi sempre i tentativi di singoli docenti che provano a utilizzare in modo più o meno consapevole le nuove tecnologie. Lode a loro, ma perché a sperimentare non può essere una intera struttura scolastica? Questo interrogativo ci riporterebbe al discorso di Edgar Morin sul pensiero complesso (vedi E. Morin, Educare gli educatori, EDUP): gli umanisti dovrebbero dotarsi di competenze tecniche e i tecnici di competenze umanistiche. E perché non sperimentare invece forme di collaborazione tra facoltà tecniche e umanistiche nella progettazione di nuove comunità scientifiche?
Ma cosa attendersi dalla politica e dalle istituzioni? Non vi nascondo il più nero pessimismo. De Kerckhove, in un'intervista che trovate qui, ad un certo punto afferma: «L'avvento della teledidattica potrebbe dare un nuovo impulso democratico all'intero sistema educativo. Purtroppo, ci si scontra qui con le lentezze e le difficoltà create, in particolare, da amministrazioni refrattarie all'innovazione e dal prevalere di politiche conservatrici in materia di telecomunicazioni.»
E dunque, alla domanda di Giovanni Ragone «è riformabile, e come, l’Università?» io rispondo di no. E non basta, secondo me, invocare maggiori finanziamenti: per cambiare, la scuola e l'università, hanno bisogno anche di una nuova progettualità, di nuove finalità. Ancora Ragone afferma: «Va ribaltata la struttura organizzativa e fisica, dell’Università, come va ribaltato il senso, la soggettività dell’apprendimento, abbandonando i modelli ottocenteschi e in seguito tayloristici del trasferimento di conoscenze da uno a molti»; e ancora Ragone, sui processi di apprendimento: «quelli veri, il più delle volte, lo studente se li costruisce da solo, dalla sua postazione di casa e altrove».