Ho passato le feste natalizie con la mia famiglia, nella mia città, a pochi chilometri da Gomorra. Mi sono guardato intorno e, dopo attenta riflessione, mi son detto: “qua non ci torno mai più”.
Mi son trovato a passeggiare in quella che una volta era la piazza principale della mia città. Per intenderci, la piazza dove, prima del terremoto, c'erano le fontane con i cigni. Dove i nonni portavano i bambini a passeggiare, passavano al bar a comprare babà e sfogliatelle, leggevano il giornale, incontravano i vecchi amici con cui litigare per un rigore negato da un arbitro il giorno prima. Quella piazza era il centro della città, il luogo antropologico per eccellenza, dove si accumulavano la storia, l'identità e le relazioni della gente.
Quella piazza è, oggi, una sorta di svincolo autostradale. Sono rimasto quasi incantato a guardare il fiume inesauribile di automobili che la invadevano, stordito dai miasmi asfissianti delle marmitte, incredulo di fronte al mare di gente anonima e indifferente che l'attraversava a bordo delle proprie “spose meccaniche”. Quella piazza era diventata un non-luogo, una via di transito, un paesaggio mezzo sgarrupato per chi la vive dai finestrini delle auto.
Ipermercati, grandi centri commerciali, autostrade, aeroporti, aumentano e si ingigantiscono. Luoghi di transito che non offrono il tempo o lo spazio alle relazioni e alla sedimentazione della memoria sociale. Per non parlare poi dei non-luoghi della televisione.
Quando i luoghi originari della vita sociale si trasformano a loro volta in non-luoghi, allora rimane proprio poco spazio ad un recupero della socialità (parlo di una socialità più vasta, che abbraccia un intero paese o città, e non la socialità di ristrette cerchie di amici).
Qualcuno, a proposito del popolo della Rete, parla di “doppia cittadinanza”, una legata alla vita “tangibile”, l'altra legata alla vita in Rete. Ma se la cittadinanza diretta, quella dei rapporti immediati, dei contatti fisici, implode su se stessa ad una velocità vertiginosa, la Rete paradossalmente offre una sorta di recupero della relazione umana e dell'identità sociale. Augè parla delle connessioni della Rete come altri non-luoghi. Non sono d'accordo: nella Rete si generano nuove forme di identità e di relazioni, si accumula una nuova e diversa coscienza storica.
Solo che questo è vero per i digital natives, e forse per i digital immigrants (come me). Ma non è per tutti. Per molti la Rete è un altro non-luogo, il più temibile, perché incompreso.
Il concetto di doppia cittadinanza forse dalle mie parti non regge. Se la vita sociale “tangibile” scompare dietro il proliferare dei non-luoghi, che si diffondono come la polvere radioattiva di “Do androids dream of electric sheep?”, che distrugge e contamina i luoghi che attraversa, non rimane che cercare la socialità soprattutto nella Rete.
Che dire, poi, del concetto di cittadinanza politica? Prendete un abitante di Gomorra. Ma non uno qualsiasi: uno di quella sparuta minoranza che non trae benefici dalla macchina politico-clientelare-camorristica dell'ex Regno delle Due Sicilie. Guarda alle istituzioni, e vede corruttele e ignoranza; guarda al sistema economico (magari aprirebbe una botteguccia dove riparare suole di scarpe), e rischia di saltare in aria; partecipa ad un concorso pubblico, ma non ha santi in paradiso. Si guarda intorno, e la sua città affoga nello smog, sotto cumuli di immondizia; il sistema economico non produce una lira, ma i centri commerciali nascono più rapidamente che nel distretto di Shangay.
Chiamatemi pure geek, ma fino a quando mi sentirò regnicolo (molto probabilmente finché campo), preferirò considerarmi cittadino della Rete.