Il dibattito sul sapere complesso e sul ruolo delle istituzioni scolastiche è stato rilanciato
sul blog di Giovanni Boccia Artieri. L'argomento non costituisce una semplice questione teorica, ma ha delle implicazioni enormi nella vita culturale, sociale, economica e politica di un paese. Insomma, i concetti di “democrazia cognitiva” (Morin), e di “democrazia in tempo reale” (Lévy) sono concetti per nulla astratti. Anzi, sulla corretta comprensione e applicazione di questi concetti si gioca il futuro delle società contemporanee e il loro reale progresso.
Ed è proprio il progresso sociale, civile, politico, in definitiva umano ad essere al centro della riflessione. Ed è importante comprendere quanto il progresso sia lontano dal concetto oggi più di moda: lo sviluppo (per molti osservatori, infatti, lo sviluppo economico è una delle cause determinanti di un generale regresso sociale).
Pierre Lévy più volte, nei suoi scritti, ribadisce che la riflessione sull'intelligenza collettiva, e sugli strumenti che la supportano, non ha come fine ultimo quello dell'annientamento del singolo nella totalità, ma ha il fine dell'esaltazione del singolo, della sua complessità, del suo sapere, della sua emotività. Ed è con Pierr Lévy che voglio giustificare la mia insistenza sull'importanza di reinserire le istituzioni educative nei circuiti di produzione del sapere. Senza il contributo della scuola e dell'università, il sapere procede autonomamente da queste, tendendo progressivamente a svuotarne le funzioni.
Bisogna, però, ad un certo punto, concretizzare il discorso.
Prima di tutto bisogna capire quali sono i fattori frenanti. Il primo e più poderoso è costituito dall'istituzione politica, che determina (più o meno consapevolmente) il funzionamento organizzativo, le risorse, il sistema di vincoli e opportunità delle istituzioni didattiche.
Il secondo, non meno poderoso, è costituito dalle stesse istituzioni didattiche, che tendono a preservare lo status quo organizzativo e funzionale (la spiegazione dei mali del mondo, secondo me, è data da Roberto Michels e dalla sua teoria delle élite): l'innovazione è nemica delle istituzioni formalizzate. E infine c'è il fattore umano, costituito da studenti e docenti, con la sua eterogeneità e mancanza di finalità comune.
Boccia Artieri sostiene: «
Non credo che il sapere sia oggi solamente fuori dalle aule. Il problema è che la aule non portano dentro quel sapere che fuori si rigenera continuamente». Se l'Istituzione rimane più o meno inerte alle “irritazioni” ambientali, bisogna trovare il modo di creare delle sollecitazioni ambientali che siano in grado di avviare un dibattito costante all'interno e all'esterno delle “aule”. Io credo che un importante ruolo di stimolo lo abbiano i docenti. Una comunità di docenti, studenti, ricercatori, professionisti, giornalisti, e anche gente comune, provenienti dalle esperienze e dalle istituzioni più diverse, potrebbe costituire un primo fattore di spinta ed essere già di per sé un elemento di innovazione, anche se ancora una volta esterno alle istituzioni. Ma, se la comunità, opportunamente
progettata con il contributo di tecnici e umanisti (gli “architetti della rete” li chiama Pierre Lévy),
in grado di sfruttare consapevolmente le tecnologie del cosiddetto Web 2.0 , e soprattutto
resa stabile dall'impegno dei partecipanti , riesce a creare cultura, prima o poi l'irritazione del sistema “dovrà” generare una compensazione interna.
Il guaio è che
la compensazione porta al cambiamento in un arco di tempo più o meno lungo e l'università e la scuola non hanno tempo.