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Una comunitĂ  accademica nell'epoca del Web 2.0

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martedì, 28 novembre 2006

Caso Google

Andrea mi ha segnalato questo articolo apparso su punto informatico. La ritengo una lettura molto interessante, utile a riflettere su quanto sia opportuno o meno controllare i contenuti pubblicati su internet.

Caso Google, si rischiano nuove norme killer

postato da: carloxdaniele alle ore 11:18 | link | commenti (5)
categorie: internet
giovedì, 23 novembre 2006

I luoghi del nostro abitare

Vi segnalo un'interessante intervista a Giovanni Boccia Artieri. Ovviamente, la trovate anche su carlodaniele, ai tag massmedia, tecnologia, web2.0, citizenjournalism.

postato da: carloxdaniele alle ore 10:24 | link | commenti (3)
categorie: internet, mass media, web 20, citizenjournalism
martedì, 21 novembre 2006

Facciamo un esperimento di intelligenza collettiva?

Da un po' di tempo sto lavorando su uno degli strumenti tipici del Web 2.0, del.icio.us (spero che alcuni di voi abbiano notato il box in basso a sinistra di questa pagina).
del.icio.us è un database di segnalibri (bookmarks) organizzati in base ai tag stabiliti dagli utenti. Quando un utente inserisce un link, gli attribuisce uno o più tag. Nel momento in cui qualcuno avvia una ricerca su quel tag, automaticamente vengono fuori i segnalibri collegati presenti nel database.

Per chi volesse approfondire l'aspetto teorico della questione, si vedano folksonomia e social bookmarking.

Sembra poco, ma in realtà è una cosa grande. Proviamo a fare un esperimento. Aprite un account su del.icio.us, scambiamoci i relativi id e creiamo una rete di contatti. Ognuno metterà a disposizione di tutti i propri percorsi di navigazione che saranno accessibili a tutti con un paio di click. Praticamente questo è un esempio pratico di come la Rete si ricrei in base ai percorsi di navigazione dei cybernauti.

Il mio account è carlodaniele (ho poca memoria, per questo non uso nomi di fantasia).

postato da: carloxdaniele alle ore 16:40 | link | commenti (7)
categorie: internet, web 20, delicious
sabato, 18 novembre 2006

Video-link

Via WebContent, ho trovato questo interessantissimo link: http://www2.esperia.com/streaming_rocketboom/

postato da: carloxdaniele alle ore 19:02 | link | commenti (2)
categorie: internet
domenica, 12 novembre 2006

Intervista a DDK

Mi era stato giustamente segnalato il non funzionamento del link all'intervista a Derrick De Kerckhove che avevo inserito due post fa. Ho trovato l'intervista su un altro link

postato da: carloxdaniele alle ore 13:58 | link | commenti (6)
categorie: universita
giovedì, 09 novembre 2006

Il tempo e l'universitĂ 

Il dibattito sul sapere complesso e sul ruolo delle istituzioni scolastiche è stato rilanciato sul blog di Giovanni Boccia Artieri. L'argomento non costituisce una semplice questione teorica, ma ha delle implicazioni enormi nella vita culturale, sociale, economica e politica di un paese. Insomma, i concetti di “democrazia cognitiva” (Morin), e di “democrazia in tempo reale” (Lévy) sono concetti per nulla astratti. Anzi, sulla corretta comprensione e applicazione di questi concetti si gioca il futuro delle società contemporanee e il loro reale progresso.

Ed è proprio il progresso sociale, civile, politico, in definitiva umano ad essere al centro della riflessione. Ed è importante comprendere quanto il progresso sia lontano dal concetto oggi più di moda: lo sviluppo (per molti osservatori, infatti, lo sviluppo economico è una delle cause determinanti di un generale regresso sociale).

Pierre Lévy più volte, nei suoi scritti, ribadisce che la riflessione sull'intelligenza collettiva, e sugli strumenti che la supportano, non ha come fine ultimo quello dell'annientamento del singolo nella totalità, ma ha il fine dell'esaltazione del singolo, della sua complessità, del suo sapere, della sua emotività. Ed è con Pierr Lévy che voglio giustificare la mia insistenza sull'importanza di reinserire le istituzioni educative nei circuiti di produzione del sapere. Senza il contributo della scuola e dell'università, il sapere procede autonomamente da queste, tendendo progressivamente a svuotarne le funzioni.

Bisogna, però, ad un certo punto, concretizzare il discorso.

Prima di tutto bisogna capire quali sono i fattori frenanti. Il primo e più poderoso è costituito dall'istituzione politica, che determina (più o meno consapevolmente) il funzionamento organizzativo, le risorse, il sistema di vincoli e opportunità delle istituzioni didattiche.
Il secondo, non meno poderoso, è costituito dalle stesse istituzioni didattiche, che tendono a preservare lo status quo organizzativo e funzionale (la spiegazione dei mali del mondo, secondo me, è data da Roberto Michels e dalla sua teoria delle élite): l'innovazione è nemica delle istituzioni formalizzate. E infine c'è il fattore umano, costituito da studenti e docenti, con la sua eterogeneità e mancanza di finalità comune.

Boccia Artieri sostiene: «Non credo che il sapere sia oggi solamente fuori dalle aule. Il problema è che la aule non portano dentro quel sapere che fuori si rigenera continuamente». Se l'Istituzione rimane più o meno inerte alle “irritazioni” ambientali, bisogna trovare il modo di creare delle sollecitazioni ambientali che siano in grado di avviare un dibattito costante all'interno e all'esterno delle “aule”. Io credo che un importante ruolo di stimolo lo abbiano i docenti. Una comunità di docenti, studenti, ricercatori, professionisti, giornalisti, e anche gente comune, provenienti dalle esperienze e dalle istituzioni più diverse, potrebbe costituire un primo fattore di spinta ed essere già di per sé un elemento di innovazione, anche se ancora una volta esterno alle istituzioni. Ma, se la comunità, opportunamente progettata con il contributo di tecnici e umanisti (gli “architetti della rete” li chiama Pierre Lévy), in grado di sfruttare consapevolmente le tecnologie del cosiddetto Web 2.0 , e soprattutto resa stabile dall'impegno dei partecipanti , riesce a creare cultura, prima o poi l'irritazione del sistema “dovrà” generare una compensazione interna.
Il guaio è che la compensazione porta al cambiamento in un arco di tempo più o meno lungo e l'università e la scuola non hanno tempo.

postato da: carloxdaniele alle ore 11:44 | link | commenti (4)
categorie: universita
venerdì, 03 novembre 2006

Quello che Hari Seldon non aveva previsto

Si discute molto in questi giorni, in termini metaforici, sulla necessità di rifondare l'università italiana, accostandola alla Seconda Fondazione di Hari Seldon. Ne giungo a conoscenza da un post di GBA, il quale a sua volta cita un bellissimo articolo (in cui si fa anche molta autocritica, e per questo è ancora più bello) di Alberto Abruzzese. La metafora dovrebbe suggerire, secondo Abruzzese, un ripensamento dell'università italiana. Tralascio la storia narrata da Asimov, lasciando solo un appunto: la Seconda Fondazione, come la prima, viene “sconfitta” nell'epilogo di Asimov (Fondazione e Terra). Alla fine l'uomo sceglierà Gaia, il pianeta vivente, in cui tutti gli esseri diventano una mente collettiva. Non è forse più adatta come metafora?

Ma andiamo all'argomento centrale del post di Abruzzese: come rinnovare l'università? Come renderla adatta a relazionarsi con la nuova realtà antropologica della società contemporanea?

Le recenti riforme, a partire da Berlinguer, hanno devastato (a mio parere) le istituzioni didattiche (preferisco allargare il discorso su questo punto). Facendo delle scuole dei centri di costo, i nostri politici hanno introdotto la logica economica delle entrate e uscite. C'è chi meglio di me può dire come le attività dei docenti si siano trasformate in modo repentino da attività quasi esclusivamente didattiche e culturali, in attività burocratiche e amministrative.

Le riforme, inoltre, introducendo il conto economico nelle istituzioni didattiche, le hanno private di risorse e hanno un po' alla volta reso sempre più instabile il rapporto del docente con l'istituzione. Ma la conseguenza dell'economizzazione delle attività didattiche ha avuto una più didastrosa conseguenza: quella di asservire l'istruzione alle necessità del mercato. Quindi si è messa in secondo piano la ricerca di base e tutte quelle attività formative e culturali non direttamente spendibili sul mercato (prova ne sia la proliferazione di corsi di laurea sempre più settoriali e l'esplosione della moda delle convenzioni tra università e enti di vario tipo). La conseguenza è un isterilimento immediato della formazione scolastica.

Si dice che la scuola non è adeguata alla società che cambia: verissimo, ma questo le diceva Ivan Illich negli anni '70, allorché avvertiva della necessità di descolarizzare la società, in quanto l'istituzione scolastica, e soprattutto quella accademica, costituiva un formidabile freno allo sviluppo sociale, in quanto strumento di conservazione perpetua dello status quo. Illich distingueva nettamente tra insegnamento e apprendimento, affermando che la scuola traspone il primo nel secondo e in questo modo privilegia la frequenza scolastica alla cultura, legittimando quello che da noi viene definito il “pezzo di carta”.

Descolarizzare la società, diceva Illich, perché si apprende più dal contesto che dall'insegnamento. Perché le istituzioni dalle quali si può apprendere sono le più varie, non ultima una comunità di amici. Ma Illich lo diceva negli anni '70, quando non c'era Internet. Adesso il nostro ambiente cognitivo è cambiato enormemente. È subentrata prima la presenza onnipervasiva della televisione, poi gli ambienti virtuali della Rete. E sono questi che adesso fanno la differenza, perché sono i nuovi luoghi del cyberspazio a diventare gli ambienti cognitivi dove si forma la conoscenza della nuova umanità. Sottolineo le parole luoghi e umanità, perché determinanti per comprendere la nuova realtà.

Cosa succede ora che il sapere è emigrato fuori dalle aule accademiche? Adesso è ancora difficile da dire, ci vorrebbe davvero una Seconda Fondazione per prevederlo. Quello che è certo è che i ragazzi di oggi cresceranno in un ambiente che non è mai esistito prima; formeranno le loro identità, svilupperanno le loro capacità cognitive, sperimenteranno nuove forme di socialità in modi imprevedibili da chi è chiamato ora a gestire l'istituzione scolastica e accademica.

Se le università non si inseriranno nella nuova realtà, e quindi non entreranno nei circuiti del cyberspazio in modo attivo e non con semplici bacheche informative, saranno sempre meno idonee a fornire cultura. E sottolineo la parola cultura, perché è di quello che si dovrebbero occupare, e non di una formazione finalizzata all'inserimento in un mondo del lavoro precario e orientato al brevissimo termine. Il punto è capire che il sapere non può essere limitato a fini immediati, ma deve essere complesso, trasversale, “liberale” per dirla con Illich. Perché solo in una conoscenza non finalizzata possono esserci gli spazi per la creatività, quindi per un reale progresso.

Se una normale webzine (prendete apogeo o puntoinformatico) può diventare un catalizzatore di conoscenze sociali, antropologiche, filosofiche, informatiche, artistiche, …, perché un'università deve tenersi fuori dai circuiti della conoscenza? Se i nuovi strumenti del Web 2.0 si stanno diffondendo ovunque ci siano informazioni e conoscenza, perché non ho mai trovato un solo sito universitario che desse almeno la possibilità di ricevere dei feed rss? Perché si creano comunità ovunque e con qualunque tema, anche il più banale, mentre non ho mai trovato on line una comunità accademica? Ci sono dei tentativi di sperimentazione di nuove forme di insegnamento, ma sono quasi sempre i tentativi di singoli docenti che provano a utilizzare in modo più o meno consapevole le nuove tecnologie. Lode a loro, ma perché a sperimentare non può essere una intera struttura scolastica? Questo interrogativo ci riporterebbe al discorso di Edgar Morin sul pensiero complesso (vedi E. Morin, Educare gli educatori, EDUP): gli umanisti dovrebbero dotarsi di competenze tecniche e i tecnici di competenze umanistiche. E perché non sperimentare invece forme di collaborazione tra facoltà tecniche e umanistiche nella progettazione di nuove comunità scientifiche?

Ma cosa attendersi dalla politica e dalle istituzioni? Non vi nascondo il più nero pessimismo. De Kerckhove, in un'intervista che trovate qui, ad un certo punto afferma: «L'avvento della teledidattica potrebbe dare un nuovo impulso democratico all'intero sistema educativo. Purtroppo, ci si scontra qui con le lentezze e le difficoltà create, in particolare, da amministrazioni refrattarie all'innovazione e dal prevalere di politiche conservatrici in materia di telecomunicazioni.»

E dunque, alla domanda di Giovanni Ragone «è riformabile, e come, l’Università?» io rispondo di no. E non basta, secondo me, invocare maggiori finanziamenti: per cambiare, la scuola e l'università, hanno bisogno anche di una nuova progettualità, di nuove finalità. Ancora Ragone afferma: «Va ribaltata la struttura organizzativa e fisica, dell’Università, come va ribaltato il senso, la soggettività dell’apprendimento, abbandonando i modelli ottocenteschi e in seguito tayloristici del trasferimento di conoscenze da uno a molti»; e ancora Ragone, sui processi di apprendimento: «quelli veri, il più delle volte, lo studente se li costruisce da solo, dalla sua postazione di casa e altrove».


postato da: carloxdaniele alle ore 19:22 | link | commenti (16)
categorie: universita
giovedì, 02 novembre 2006

Cambiamenti climatici

Segnalo alla vostra attenzione un post apparso su ecoblog che riporta i dati di uno studio sui costi economici dei cambiamenti climatici.



I danni ambientali di cui si parla nell'articolo contribuiscono a far consolidare in me l'idea che la crescita economica si risolva in un gioco a somma 0. Se c'è qualcuno che vede crescere la sua ricchezza, corrispondentemente c'è qualcuno che vede scomparire la sua. Lo spostamento di risorse può essere geografico, sociale, generazionale. In ogni caso, se ieri la classe industriale si è arricchita, oggi 50 mila persone all'anno muoiono in Italia a causa delle polveri sottili. Se una fabbrica di prodotti inquinanti ha dato lavoro per venti anni a 100 persone, l'area dove inquinava non vedrà nascere più forme di vita magari per secoli.



Il mio discorso, però, è un altro. Secondo me è assolutamente stupido quantificare dei danni che hanno un valore umano, forse spirituale, senz'altro ambientale. Ogni disastro ecologico, come la scomparsa di una specie vivente per la rottura dei delicati equilibri ambientali è un sacrilegio che non può trovare una misurazione economica. La valutazione economica può servire a rendere comprensibile il dramma ai mentecatti che detengono il potere economico e politico, ma non è economica l'essenza della catastrofe.



P.s.: scusate se vado fuori tema con questo post...

postato da: carloxdaniele alle ore 16:53 | link | commenti (7)
categorie: varie